mercoledì 30 marzo 2011

volti parigini: una mattinata a mont martre

Galeotta questa mattinata, oramai non più recente, a Mont Martre. Nel senso che è stata la causa di un raffreddore con tosse grassa che mi porto nei bronchi da dieci giorni. Epperò, devo dire che quella è stata una gran mattinata. Sole preprimaverile, che sulla scalinata del Sacre Coeur riscaldava significativamente e metteva di buon umore. E poi un panorama molto particolare, con tutta Parigi davanti a te, ma avvolta nell'inquinamento, che creava (e crea anche oggi, nonostante il cielo grigio -immagino-) una foschia densa e vischiosa. 
Ad ogni modo, voilà quelque photo scattata quel giorno. Tra esse, anche qualche bel volto parigino. Notare (ed ingrandire all'occorrenza) l'uomo mingherlino col barbone che dipingeva ad un angolo di strada_
Certo, Mont Martre è come viene raccontata, come viene fotografata. Ma questa considerazione non è inedita per questo blog di sopracciglia.


Una via colma di giocatori delle tre carte. Puntata minima cinquanta euro. I compari che facevano il palo erano oltremodo riconoscibili. Eppure l'azzardo crea adrenalina, la quale spesso finisce per combaciare con l'idiozia. E dunque la gente ci giocava.






Volto parigino: il suonatore d'arpa sulla scalinata del Sacre Coeur


Volto parigino: il sosia di Walt Whitman artista di strada a Mont Martre; e d'origini italiane, se ricordo bene.



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Scena "d'insieme" nella piazzetta.
Titoli di coda di questo post.

martedì 29 marzo 2011

calciarchitettura

Qui,una evidente dimostrazione di come sia sbagliato avere un atteggiamento pregiudizialmente chiuso nei confronti del gioco del pallone. Attorno ad esso ruotano attorno moltissime riflessioni e spunti impensabili. Chiedere conferma a due cari filosoficalciatori di Reggio Calabria. Ma ora non ho tempo di dilungarmi, sono in ritardo per cena. Domani, il San Nicola di Bari di Renzo Piano.

senza titolo e senza fine_un breve racconto

Fu un momento. Si trattò di un momento. Il signor K. era alla guida della sua macchinetta, anche oggi attraversava una strada -viveva questa strada- come una lingua che lecca sinuosa la pelle del mondo prima di farci l’amore. Il signor K. veniva da una stagione di ebbrezza. Stava vivendo una grande ebbrezza, che si andava trasformando col trascorrere del tempo. Chiunque abbia familiarità con Dioniso sa infatti che l’ebbrezza non è mai uguale a se stessa: essa si trasforma e muta col passare del tempo, dei minuti dei giorni dei mesi delle stagioni.
K. era felice. Ma quel giorno, si trattò di un momento, socchiuse gli occhi per la prima volta. Rischiò di addormentarsi alla guida all’alba di una primavera che regalava una di quelle giornate in cui il sole è padrone del mondo e delle menti. Il sole dei primi giorni di primavera è il più irresistibile, il più sensuale: esso giunge a sostituire il suo gemello invernale, che puntualmente tradisce le aspettative cariche di attesa degli animali in cerca d’energia; compresi gli esseri umani. Il sole di primavera è il primo in grado di dare tepore ai corpi, agli sguardi, agli entusiasmi.
E fu dunque in un momento che K. ebbe a vivere questo paradosso. L’ebbrezza che recava dentro di sé, l’ebbrezza che leccava la strada, le sue cosce ed i suoi seni, l’ebbrezza che voleva tuffarsi nell’infinito grazie a un trampolino fatto di raggi di sole. Fu quell’ebbrezza a tramutarsi in un momento d’incoscienza, in cui i contorni delle cose si fanno mediocri e polverosi, lo sguardo si appanna e non apprezza, la carne del mondo diventa lontana dal nostro sentire.
K. socchiuse le palpebre, fu un momento. Rischiò di finire fuori strada a velocità sostenuta; si, perchè anche questo si sa, che sulla strada non si possono mettere in scena languide e lente e teatrali e ripetitive passeggiate, sulla strada è necessario penetrare il mondo con gli occhi e col corpo.
Accortosi con l’iride di nuovo enorme, di nuovo girasoli che cercano la propria fonte. Accortosi di tutto, K. si salvò la vita sterzando all’ultimo minuto, poco prima del fossato che puntualmente accompagna ogni strada. Tutte le strade sono incastonate in un fossato perchè tutte le strade sono la realtà. Sono incontro e possibilità, sono viaggio e percorso, sono partenza e lontananza. Tutte le strade per questi caratteri originari possono segnare indifferentemente unioni o separazioni. Le strade convergono, le strade divergono. Corrono parallele o voluttuose si incrociano.
K. accostò per chiedersi chi era. Chi era lui, chi erano insieme lui e la strada. Scese dalla macchina e si mise a sedere sul ciglio della carreggiata, quel punto in cui l’asfalto si confonde con la terra e un ciuffo di foglie d’erba segna l’instabile confine, trincea di una folle lotta tra uomo e natura sul terreno del mondo. K. pensò che il pulviscolo dell’umanità non dovrebbe arrivare a tali rigurgiti di tracotanza. E questo vide, K., anche nei suoi occhi socchiusi di qualche istante prima.
La presunzione inconscia di conoscere tutte le strade fatte e tutte quelle da fare. La presunzione inconscia di sapere tutte le parole dette e tutte quelle ancora da dire. La presunzione inconscia di dare per scontato il sole. Ma la presunzione è una scelta di comodità e codardia. Un girasole appassito tra nuvole grigie è testimone, dare per assodata una continua scoperta di energia equivale a morire presto.
Guardando il sole, K. versò lacrime per la sua condizione. Senza che se ne accorgesse, ai margini della sua ebbrezza era germogliata una grande miseria, fatta di inibizione e di sguardi distratti sul mondo. Stava per morire di questo, incidente mortale che segna l’abbraccio lacerante delle lamiere e che sfigura il corpo dissanguato.
Montando in macchina per riprendere il proprio percorso, K. sentiva dentro di sé un amore profondissimo, che mai era scomparso e che oggi tornava a dare fremiti. Baciare le labbra che si desiderano, è questa la carnosità sublimata del tatto.
Ebbro, stava per ripartire gravido di incognita ed entusiasmo. Era questo il senso del percorso, una precarietà essenziale che come la rugiada inumidisce perfino le strade più battute, quelle che trasmettono idee di familiarità e confidenza e rifugio.
Posto che la vita finisce, ogni esperienza del vitale può finire. Il mondo è vasto, sta a noi la scelta nelle moltitudini, nel fracasso di un crocevia. Scelte definitive non esistono, la scelta è un esercizio quotidiano di libertà.
Questi ed altri pensieri maturava K. ruotando le chiavi per l’accensione del motore. Aveva come l’impressione che le parole che andava raccontandosi in silenzio fossero dei frutti che stavano cantando un saluto alla primavera, dopo un inverno particolarmente rigido che li aveva messi in difficoltà. In effetti, ai bordi della strada, oltre il fossato, gli alberi arrossivano ed iniziavano a tradire con pudore il nuovo parto delle gemme.
Poi, ultimo pensiero cosciente prima di immergersi nella meravigliosità del percorso, K. ricordò con folle certezza: era stata la strada a parlargli quando si stava addormentando. Era impossibile ma era il fatto così come era andato; e d’altronde, non c’erano testimoni ad eccezione del sole e delle foglie d’erba. La strada aveva parlato a K. per tuffarsi nel suo cuore, aveva chiesto a K. di guardare dentro le sue fibre più intime e di cercarsi. La strada avrebbe potuto scegliere di essere di tutti, o quanto meno di essere di altri.
Ma fu un momento. K. riprese il cammino con rinnovata coscienza e con occhi colmi di entusiasmo e inquietudine. E’ questa la contraddizione che ci è dato vivere per germogliare veramente.

lunedì 28 marzo 2011

les printemps de noiatri/reprise avec un'imagine


mi si perdoni la trascuratezza, avevo scordato di inserire un'immagine che possa provare a testimoniare (messianismo degli esserini umani?) cosa significhi il carattere della primavera.

le printemps de noiartri

La primavera è stagione fondamentale. La messa in discussione delle certezze. Il tono pare un pò tardoadolescenziale, ma insomma, il tema è originario.
Le comunicazioni berlinesi, di cui si leggeva all'ultimo post, sono arrivate attraverso altre vie, diverse da quella informatica. Spesso facciamo l'errore di assolutizzare la via informatica, senza pensare a quanto essa sia in realtà individualizzante. facebook, twister (siloso che è twitter, ma poco me ne cale), gli stessi blog. forme di comunicazione molto frontali e autistiche, in cui ognuno di noi può leggersi e rileggersi prima di presentarsi granitico al mondo. o magari non granitico, magari basta presentarsi belli, brillanti, "vincenti". o, ancora e al contrario, presentarsi drammatici, complessi, turbati, inquieti.

"Mi contraddico? Ebbene si, mi contraddico. Io sono vasto, contengo moltitudini". E se questa magia poetica recasse almeno un pò di verità, come potrebbe essere possibile dare per scontata qualsiasi cosa?, a partire dalle relazioni umane più intime in cui ci imbattiamo?
"certo -si potrebbe rispondere- nelle relazioni umane ci si imbatte solo all'inizio, poi le si sceglie". ma anche la scelta, quella scelta che non vuole tradire il suo senso archetipico. anche la scelta è una faccenda quotidiana, da non dare per assodata.

Ho pensato a queste ed altre cose in un passaggio italiano di cinque giorni. E' servito ad inaugurare una primavera de noiartri. Reale e vibrante, espansiva e fragile.
Come potrebbe essere altrimenti?
[per amore di critica, preciso che anche io mi sono riletto in questo post; fino al momento in cui non mi sono accorto che mi stavo rileggendo]

venerdì 18 marzo 2011

...

[attività di comunicazione sospesa in attesa di post berlinesi] [=)]

mercoledì 16 marzo 2011

le petit enfant


stazione di Genova, prima dell'erasmus. questo bimbino ci ha sparato diverse volte, proprio tante. usava con confidenza la sua pistola giocattolo. già da qualche tempo, invece, io ho capito perchè mio padre mi vietava, in sostanza, di giocare con questi arnesi. non che non sia nelle cose che i cuccioli di mammifero giochino alla lotta, è nella biologia evolutiva: ma la lotta si fa con le mani ___ per fortuna, a forza di giocare, il bambino è tornato naturale. qui la pistola si è trasformata in macchina fotografica.